Un'arringa senza contraddittorio. È l'impronta che resta dopo l'audizione degli esponenti della Procura di Milano in Commissione banche del Senato, un intervento formalmente ineccepibile ma dal tono più vicino alla requisitoria che a una relazione sullo stato di un'indagine. Al centro, ancora una volta, il presunto concerto fra Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio per arrivare al controllo delle Generali. Ma il concetto di concerto, nell'esposizione degli inquirenti, sembra ormai una categoria elastica: se gli acquisti sono coordinati, è concerto; se sono a scacchiera, è concerto; se avvengono a distanza di anni, è ancora concerto. Dal 2019 al 2024 - è stato detto - si sarebbe assistito a un investimento costante in Mediobanca e in Generali da parte di Delfin e del gruppo Caltagirone. Ma investire nel tempo in una società quotata è esercizio legittimo dei diritti dell'azionista o indizio di una trama?
Tre anni fra un acquisto e l'altro diventano così il tempo della cospirazione, mentre una coincidenza di prezzo nell'ABB (la procedura finanziaria rapida per collocare pacchetti azionari consistenti presso investitori istituzionali) con cui il Tesoro ha ceduto il 15% di Banca Mps viene letta come prova di una regia comune. Eppure, sui numeri, le versioni ufficiali (quelle cioè assistite da prova) divergono: volumi differenti, richieste differenti, dinamiche di mercato tutt'altro che inedite. Ancora più sorprendente è la ricostruzione dell'eterodirezione del cda di Mps nella decisione di lanciare l'Ops su Mediobanca: si parla di voto determinante di consiglieri che, secondo altre testimonianze, avrebbero lasciato l'adunanza senza partecipare alla votazione. Voto o non voto, presenza o assenza: se il teorema regge, il dettaglio sembra quasi secondario.
Il punto non è mancare di rispetto all'autorità inquirente. Il punto è che un'audizione parlamentare non dovrebbe trasformarsi nella cristallizzazione pubblica di sospetti quando, a quanto risulta, l'indagine non ha prodotto approdi nuovi ma ha riproposto con maggiore enfasi le ipotesi iniziali. La ripetizione non è prova e la suggestione non è dimostrazione. In un mercato già attraversato da tensioni e partite di potere, l'uso estensivo della parola concerto rischia di diventare un marchio preventivo. E quando tutto è concerto, allora nulla lo è davvero.