Il 38 per cento del petrolio e il 23 del gas liquido che fino a poche settimane fa passava dallo Stretto di Hormuz faceva rotta verso i porti cinesi. Quelle forniture rappresentavano anche la metà del petrolio ricevuto via mare da Pechino e un sesto delle sue importazioni di gas liquido. Basterebbero questi dati per capire perché ieri il presidente Xi Jinping dopo un incontro con lo sceicco Khaled bin Zayed, principe ereditario degli Emirati, e un altro con il premier spagnolo Pedro Sánchez si sia affrettato a proporre un piano di pace in quattro punti per arrivare a un cessate il fuoco duraturo tra Iran e Stati Uniti. Perché una cosa in questa guerra è chiara. Da una parte gli Stati Uniti rischiano di veder schizzare il gallone di benzina oltre i cinque dollari e Donald Trump di perdere le elezioni di Midterm. Dall'altra, però, il Dragone cinese e il suo presidente temono seriamente di ritrovarsi non solo senza l'energia necessaria a soddisfare la produzione ma, vista la crisi di Usa ed Europa, anche senza più acquirenti.
Ecco dunque non solo l'opportunità, ma anche la necessità per Xi di assumersi il ruolo di grande negoziatore internazionale. E di trasformare Pechino, vista la morte clinica delle Nazioni Unite, in una sorta di nuovo Palazzo di Vetro. La mossa rappresenta, peraltro, una gran bella stilettata a Trump. Neanche due mesi e mezzo fa il presidente americano sognava di sostituire l'Onu con il suo Board of Peace presentato come il futuro cardine dell'ordine e della pace mondiale. Ora invece, si ritrova a non saper come chiudere la guerra all'Iran da lui stesso iniziata. Ma questo spiega anche perché lo scaltro e opportunista Sánchez, da mesi portabandiera dell'Europa anti-Trump, sia corso a Pechino elogiando il protagonismo globale di Xi e cercando nel contempo di portare a casa qualche indispensabile rendiconto commerciale.
Sánchez a parte bisogna però capire cosa si celi dietro un piano di pace basato su quattro punti in cui si richiama alla pacifica coesistenza, al rispetto della sovranità, alle leggi internazionali e a uno sviluppo bilanciato. Un distillato di luoghi comuni apparentemente ancor più inutile e inconcludente delle 21 ore di maratona negoziale che a Islamabad ha visto contrapposti il vice presidente Usa JD Vance e il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Anche perché il più interessato a boicottare i piani di Xi potrebbe essere proprio quel Trump sostenitore, fin qui, della necessità di contrastare ogni tentativo cinese di acquisire preminenza globale. Fin qui però Trump sembra lasciar fare. Ieri le 23 navi americane messe a guardia di Hormuz si sono ben guardate dal fermare la petroliera Rich Starry uscita dallo Stretto dopo aver fatto il pieno di greggio iraniano. Del resto The Donald è probabilmente consapevole di quanto l'autarca cinese stia approfittando dei suoi errori. In quest'ottica è significativa la posizione dell'Arabia Saudita esplicita nel chiedere all'alleato americano di rinunciare a un blocco navale considerato inutile e ulteriormente dannoso da tutti i Paesi del Golfo. Una posizione condivisa anche da quegli Emirati che - pur essendo i grandi rivali dell'Arabia Saudita e i migliori alleati di Washington - hanno pensato bene di appoggiare la proposta di pace messa sul tavolo da Xi.