La lite non ferma i dossier su Nato, dazi e industrie

Scritto il 15/04/2026
da Alberto Bellotto

Le frizioni su Iran e Groenlandia non cambiano la strategia: cautela con il nostro naturale alleato che resta prezioso per il commercio

Il momento è delicato. Le critiche di Giorgia Meloni a Donald Trump dopo le schermaglie del presidente Usa con Papa Leone XIV, aprono un capitolo complesso dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Da settimane si registrano piccoli segnali di tensione lungo la direttrice Roma-Washington con divergenze su diversi dossier, senza però che all'orizzonte si profili una rottura netta.

L'offensiva che Stati Uniti e Israele hanno lanciato il 28 febbraio scorso contro l'Iran è il dossier più complesso. Non a caso Meloni fin da subito ha preso le distanze dall'alleato sostenendo come l'intervento sia avvenuto "fuori dal diritto internazionale". La guerra e la chiusa di Hormuz pongono un rischio economico per l'Italia, dall'aumento del costo dei carburanti, agli effetti a cascata su tutti gli altri settori industriali. Se da un lato Meloni non si è chiusa in un "isolazionismo sterile", dall'altro ha cercato un approccio prudente con triangolazioni europee, anche guardando all'ipotesi di una missione multinazionale difensiva, per facilitare la ripresa della navigazione dopo le ostilità.

L'approccio sul dossier iraniano si riconnette alla complessa partita sui dazi iniziata un anno fa. Da un lato il governo non ha mai fatto mistero di vedere nelle politiche dell'amministrazione Trump "una misura sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti", dall'altro ha cercato di portare avanti un atteggiamento cauto in Europa per limitare l'escalation. Ma al di là dell'approccio, sul piano strategico le tariffe sono state un grosso problema per l'Italia in termini di export e impatto sul PIL. Un aspetto non banale in un contesto di ripresa post pandemica che il governo non poteva ignorare e che resta ancora un nervo scoperto.

Altro punto dolente è stato il caso Groenlandia, su cui Trump ha minacciato dazi aggiuntivi contro diversi Paesi europei, alimentando un nuovo attrito con gli alleati, punto su cui l'Italia si è trovata allineata col resto dell'Ue. Al di là di queste frizioni, l'azione del governo italiano mostra un esecutivo concentrato sulla necessità di staccarsi dall'alleato quando gli interessi del nostro Paese non coincidono con quelli americani.

Ma l'Italia resta allineata su altri dossier. Non a caso a gennaio il ministero degli Esteri nella sua Direttiva Generale per il 2026, ha scritto nero su bianco come sia necessario rafforzare "il ruolo dell'Italia quale partner privilegiato degli Stati Uniti, sulla base degli eccellenti rapporti tra i nostri Governi e anche nel contesto NATO".

Punto fondamentale di questi interessi condivisi resta, infatti, la cooperazione militare nel perimetro NATO. Ambito che li vede come alleati naturali nella traiettoria dell'Alleanza in ottica Europea, ma anche, e soprattutto, nella gestione del fronte Sud tanto caro all'Italia. Su questo dossier incombono però delle ombre. Il rischio di mancare l'obbligo di portare al 5% del PIL le spese militari entro il 2035. E l'imprevedibilità di Trump che potrebbe spingere per un ritiro delle truppe Usa dal nostro Paese.

Altro tassello fondamentale riguarda la cooperazione industriale. I due Paesi sono legati da complesse relazioni istituzionali, militari, diplomatiche e appunto industriali. Washington è uno degli attori più dinamici nell'economia italiana. Come scrive il dipartimento di Stato americano, le aziende Usa sono i maggiori investitori stranieri in Italia con oltre 350 mila lavoratori impiegati in aziende a controllo americano. E ancora, gli Usa pesano per il 17,9% del totale delle vendite generate da imprese straniere e per 22,1% delle spese in ricerca e sviluppo effettuate da multinazionali straniere, la quota più alta in assoluto.

Un contesto in cui pesa moltissimo il settore stesso di queste imprese. Come scrive il dipartimento del Commercio americano a guidare investimenti in Italia riguardano in particolare Difesa e aerospazio. Ma non solo. Gli Usa rappresentano un partner importante in materia energetica. Tra 2024 e 2025, infatti, Washington è diventata il primo fornitore di gas liquefatto. Ma questo elenco non si esaurisce a questo e coinvolge anche altri settori come settore farmaceutico, manifattura e collaborazioni sul fronte delle catene del valore.