da Washington
Accerchiato dai sondaggi, consapevole dei mugugni che filtrano tra i Repubblicani al Congresso, con un occhio agli indici di Wall Street e l'altro al prezzo della benzina alla pompa, Donald Trump si gioca una carta tante volte rivelatasi vincente in campagna elettorale. È la mossa dell'"Io contro tutti", laddove il tycoon punta ad identificare le proprie sorti con quelle della sua base elettorale, e viceversa. È il tentativo di riversare sugli avversari le ragioni delle difficoltà del momento. Se prima del ritorno alla Casa Bianca il bersaglio erano Joe Biden e il "Deepstate" di Washington, ora Trump punta il dito contro i riottosi alleati europei della Nato, colpevoli ai suoi occhi di non volersi fare trascinare in una guerra della quale sono evidentemente state sottovalutate le conseguenze per l'economia globale. Sta in questo, probabilmente, la chiave dell'attacco a Giorgia Meloni, finora risparmiata dalle sfuriate del presidente americano. Nei suoi post sui social media e nelle sue esternazioni pubbliche, Trump aveva sempre evitato di tirare in ballo la premier italiana, che continuava a considerare una "grande leader", nonostante anche l'Italia, al pari degli altri alleati europei, si era mostrata critica nei confronti del conflitto. Per Meloni non c'erano state le sparate indirizzate a Keir Starmer, Pedro Sanchez o Emmanuel Macron, per citare i più bersagliati. Nemmeno l'"incidente" di Sigonella, col mancato consenso all'uso della base per i bombardieri americani diretti nel Golfo Persico, aveva incrinato il rapporto. Anzi, la Casa Bianca e il Pentagono avevano accuratamente evitato di farne un "caso". Da allora, ed era appena la fine di marzo, la frustrazione di Trump per un conflitto vinto militarmente, ma di fatto ancora bloccato sui nodi di Hormuz e del nucleare, è arrivata a livelli di guardia. Le indiscrezioni sull'umore del presidente che trapelavano dallo Studio Ovale si riflettevano nei suoi post su Truth, fino ai disastrosi e reiterati attacchi al Papa (e l'immagine "blasfema", poi cancellata, nei panni di Gesù) che hanno compattato le cancellerie mondiali e riversato sul tycoon una delle coperture mediatiche più negative della sua carriera politica.
Secondo un'analisi effettuata da Volocom, più del 93 per cento dei quasi 18mila articoli usciti in tutto il mondo in queste ore mostra un sentiment fortemente negativo e critico nei confronti di Trump. Il cattolico Marco Rubio si è tenuto ben alla larga dalla polemica. Il cattolico JD Vance ha dovuto assumere una difesa d'ufficio del presidente, invitando il Vaticano a "occuparsi delle questioni morali". La cattolicissima portavoce di Trump, Karoline Leavitt, non si mostra in pubblico per evitare domande scomode. In questo contesto, l'attacco a Meloni dopo la sua difesa del Pontefice rappresenta per Trump l'ennesimo "carro" schierato a difesa dell'accampamento accerchiato, per mostrarsi ancora una volta davanti al suo popolo "Maga" come vittima dell'ostilità o, quantomeno, dell'ingenerosità altrui. "Sono scioccato. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo", le parole del tycoon. Difficilmente contribuiranno a riconciliarlo con la maggioranza degli americani, stanchi di una guerra che ha fatto impennare l'inflazione e rischia di compromettere l'economia del Paese. Proprio i temi sui quali Trump aveva vinto le elezioni.