Gli smemorati del terrore

Scritto il 31/05/2026
da Vittorio Feltri

Walter Tobagi fu ucciso il 28 maggio 1980, poco dopo le undici del mattino, mentre si avviava verso il garage per prendere l'auto. Cinque pistolettate, un commando della Brigata XXVIII Marzo. Arrivo con due giorni di ritardo e non me ne scuso, perché non sono qui a deporre un fiore. I fiori li hanno già deposti il Corriere e la Rai, davanti al busto di via Solferino. Il figlio Luca ha pronunciato le parole giuste: non permettiamo che alla sofferenza si aggiunga il silenzio. Verissimo. Ma il silenzio che mi spaventa è un altro. È che a quella commemorazione mancava l'unico capace di spiegarcela: lui. Walter capiva. Comprendeva ciò che gli stava accadendo allora, e avrebbe compreso ciò che rischia di accaderci oggi.

Confesso un imbarazzo. Dentro di me, al suo nome, si scontrano due uomini. Uno ha voglia di gridare. L'altro di piangere. Provo a tenerli insieme, perché separarli sarebbe già una bugia.

Comincio dal primo. Lo ammazzò un branco di figli di papà convertiti al bolscevismo senza averlo mai letto. Marco Barbone, capo del commando, era figlio di un dirigente della Sansoni; nel gruppo c'era anche il figlio di un celebre critico cinematografico. Un delitto di famiglia, di ottima famiglia. Mi gela il sangue ricordare che Barbone se la cavò con otto anni di carcere e che, scontatane la metà, era già a spasso, premiato come collaboratore di giustizia. Pochezza, certo. Ma Tobagi non fu ucciso dalla pochezza. Fu ucciso perché dava fastidio. Era un cattosocialista mite, incapace di piegarsi, e aveva commesso l'imperdonabile: mettere in minoranza la componente comunista del comitato di redazione del Corriere, imponendovi una linea moderata. In un giornale dove la falce e il martello erano stampati nei cervelli, era diventato il nemico del popolo. Lo dico come l'ho sempre pensato, e nessuno in quarant'anni mi ha querelato: negli scantinati del Corriere fu ordito il piano per stecchirlo. Lo abbatterono mentre si accreditava come prossimo direttore del primo quotidiano italiano. Quella morte fu una medaglia squallida, appuntata sul petto degli stessi che oggi danno la caccia ai fascisti inesistenti.

C'è poi una cecità che viene da più lontano, e nessuno la nomina più. Nel dicembre 1970 il prefetto di Milano Libero Mazza spedì al Viminale un rapporto di centotrentatré righe: gli estremisti, scriveva, dispongono di organizzazione, armamento, servizio medico, collegamenti radio, molotov; i fermati vengono scarcerati, le denunce accantonate; siamo davanti a chi eleva la violenza a sistema. Concetti elementari, mi disse lui stesso quando lo intervistai nel 1985; osservazioni suggerite dal buon senso. Non gli diedero retta. Peggio: lo processarono per averle divulgate. Nei cortei sfilava il cartello: «Mazza, t'impiccheremo in piazza». Carlo Casalegno fu tra i pochissimi a difenderlo, titolò «Viva il prefetto», e sappiamo che fine gli fecero fare: la stessa di Walter. L'Italia non volle ascoltare Mazza, e dieci anni dopo non volle ascoltare Tobagi. Preferì il conformismo. È sempre più comodo zittire chi avverte del pericolo che fermare chi spara.

Adesso lasciate parlare l'altro uomo, quello con il groppo in gola. Walter lo conobbi lavorando gomito a gomito al Corriere d'Informazione; eravamo quasi coetanei, diventammo amici. Fu lui a portarmi al Corrierone, su per quelle scale. E una sera d'agosto del 1978, dopo che avevo buttato giù terrorizzato il mio primo editoriale di prima pagina, sentii una mano posarsi sulla spalla. Era Walter. «Farai molta strada», mi disse, «continua a scrivere come all'Eco di Bergamo e vedrai». La voce del Corriere. Quel gesto mi tiene compagnia ancora adesso.

Vorrei che tornasse vivo per un'ora anche Bettino Craxi, che si agitò come un leone ferito quando i terroristi comunisti gli ammazzarono l'amico Walter. Gli direi: avevi ragione a fidarti di quell'uomo mite. E vorrei che tornasse Walter, per farlo entrare oggi in una redazione, in un'aula, in un giornale. Gli chiederei: che cosa sta succedendo? E soprattutto: che cosa non stiamo vedendo? Guarderebbe i colleghi che l'hanno dimenticato hanno smarrito la stella polare, facendo torto anzitutto a sé stessi e capirebbe in un istante che il conformismo non è morto con gli anni di piombo: ha soltanto cambiato divisa. Allora portava l'eskimo nei cortei con la P38 e s'infilava poi serenamente in redazione; oggi impone la kefiah in piazza e il plauso unanime per la Flotilla, e l'emarginazione per chieccepisce appiccicandogli sulla schiena l'etichetta di sionista come fosse un'infamia. Sì, Walter afferrerebbe subito l'aria schifosa che tira. Che una stampa schierata contro il proprio Paese lo accompagna al proprio funerale. E che gli scantinati dove si ordiscono i piani di liquidazione di chi non ci sta non si sono affatto svuotati. Ma non si limiterebbe a capire, e poi nascondersi per evitare grane. Si esporrebbe. L'hanno già ucciso una volta per questo, ma lo rifarebbe. A che vivere se no? Lo vorrei qui e adesso, Tobagi. Vivo però, non trasferito in un innocuo santino.

La libertà di stampa serve a percuotere le coscienze con la dura verità (ben scritta), non ad addormentarle con le ninnenanne pelose salvo tramare nei sottoscala. Walter praticò la libertà, e la versò con il suo sangue fuori di casa, a via Solari, in un mattino piovoso di maggio della sua Milano. Il primo ad arrivare sul marciapiede dove giaceva, fu l'editore Angelo Rizzoli: estrasse un fazzoletto bianco e si asciugò lacrime vere. Oggi tocca a noi ricordarlo. Ma senza fazzoletti. Con gli occhi spalancati.