Il processo per il Ponte Morandi finisce oggi.
Nell'aula del tribunale di Genova e dal maxischermo allestito nella grande tensostruttura, i giudici diranno quante, quali e quanto gravi siano le responsabilità della tragedia che alle 11,36 del 14 agosto 2018 inghiottì quarantrè vite e sconvolse l'Italia.
Crollò un ponte che credeva di essere un vanto, che veniva raccontato come tale, e che invece era un mostro malato. Malattia mortale, con i tiranti mangiati dalla salsedine del Tirreno; malattia nota a tanti, e non curata da nessuno.
La Procura ha chiesto due sole assoluzioni, e una delle due è perché l'imputato è morto nel corso degli otto lunghi anni passati dal giorno della catastrofe. Per il resto, i pm hanno avanzato una valanga di 55 richieste di condanna per gli uomini che - ognuno nel suo ruolo e nella sua epoca - portano per l'accusa la colpa di non avere fatto il proprio dovere: 390 anni di carcere complessivi delle pene indicate in requisitoria. La più pesante di tutti, i diciott'anni chiesti per Giovanni Castellucci, che era l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia, Aspi, la società dei Benetton che aveva comprato dallo Stato la rete autostradale. Ma anche altri imputati sono stati candidati a condanne pesanti: tredici anni, dieci anni.
La vigilia della sentenza è greve di tensioni. Il ministro Matteo Salvini si augura condanne pesanti. Aspi, restituita (a pagamento) dai Benetton e tornata nelle mani pubbliche, scrive una lettera di scuse ai familiari delle vittime. I familiari le rispediscono al mittente, «siamo sbigottiti», troppo tardi.
E intanto cresce l'attesa per la lettura della sentenza che si annuncia lunga e complicata, ci sono novantasette capi d'accusa diversi, una parte già prescritti, la maggior parte ancora in piedi, sopratutto i più gravi: disastro colposo, omicidio colposo plurimo.
Ma prima ancora che il giudice Giovanni Lepri abbia finito di leggere, si capirà quale tesi abbia prevalso. Se sia passata la ricostruzione della Procura, che chiama in causa - ognuno per il suo pezzo - tutti coloro che avrebbero potuto intervenire nei decenni in cui il ponte si ammalorava, e che quindi hanno contribuito, ognuno a loro modo, al crollo. O se abbia fatto breccia nel tribunale la lunga battaglia delle difese - staff legali numerosi, organizzati, potenti - che hanno cercato di sezionare e limitare le colpe dei singoli, di opporsi al criterio del «non poteva non sapere», di evitare il fantasma di una unica grande responsabilità collettiva del crollo. Dovessero esserci delle assoluzioni, specie tra gli imputati di maggiore spicco, le associazioni delle vittime non reagiranno bene.
«In fondo noi siamo qui per un ritardo, non per altro» aveva detto il pubblico ministero Walter Cotugno nella sua requisitoria: «il vero rischio è la carenza di tempestività». Perché «che il ponte andasse, come dire, o sostituito, demolito, ricostruito, uno a fianco, se ne parlava fin dal 2010-2011»; e, aveva aggiunto il pm, «proprio la carenza di tempestività era stata identificata da alcuni degli imputati con uno specifico rischio che, peraltro, avrebbero potuto eliminare con uno schiocco di dita». Lo schiocco di dita non ci fu. Incapacità o voglia di risparmiare, questa è la domanda che ha aleggiato su tutte le duecentottanaquattro udienze del processo. Oggi arriva la prima risposta. Dove c'era il Morandi adesso c'è il Ponte San Giorgio, disegnato da Renzo Piano con i suoi 43 lampioni, uno per ogni vita spezzata.

