"Atefano", perché è giusto dare un nome a chi perde un figlio

Scritto il 16/07/2026
da Karen Rubin

È orfano il bambino che perde i genitori. Vedovo un marito cui muore la moglie. Non esiste invece un aggettivo o un sostantivo che sia peculiare del genitore che subisce l'indicibile perdita del figlio. Sopravvivere a un figlio è una esperienza inenarrabile. Talmente dolorosa che si preferisce non immaginarla né tanto meno nominarla e fin qui la parola non era stata mai pensata ma persino evitata dai vocabolari di lingua italiana. I Consigli Regionali di Piemonte e Liguria hanno lanciato un appello all'Accademia della Crusca affinché promuova la divulgazione del neologismo «atefano» per indicare la condizione di coloro che hanno perduto i figli. L'Accademia ha accolto la proposta ma subordinando il suo inserimento alla diffusione spontanea del neologismo nell'uso comune. Le Regioni hanno approvato all'unanimità una richiesta che giungeva dall'associazione «Rachele Fanelli», fondata dai genitori della giovane Rachele, morta a soli 16 anni per una forma rara di tumore. Dare un nome all'indicibile rende reale e manifesto un dolore che negato invece di sparire si amplifica. Accettare che possa accadere un evento insopportabile alla coscienza significa dare corpo e voce a chi ne ha fatto esperienza e rischia di sentirsi escluso dalla cultura, dai vissuti e dalle emozioni dell'umanità. Chi è stato colpito dalla morte del figlio non era stato mai definito per evitare di provare empatia. Con l'empatia ci si mette nei panni dell'altro e si sentono le sue emozioni. Difficile da affrontare, si preferisce rifiutare l'abito luttuoso e fuggire il più lontano possibile. Per il genitore colpito la condivisione è indispensabile per non aggiungere al dolore la sopportazione di un peso che nell'isolamento sociale sembra tradursi in una macchia e in una colpa che non c'è. La condivisione, al posto della negazione e della fuga è un gesto d'amore che non si può rifiutare, per proteggere se stessi dal dolore, proprio a chi sta vivendo il peggiore che intuiamo si possa provare.