A un anno dai dazi imposti da Trump, chi sta pagando il conto? La questione è tornata di attualità con il colpo di scena del 20 febbraio scorso, quando la Corte Suprema Usa ha bocciato i dazi imposti l’anno scorso dalla Casa Bianca. Per non riepilogare l’intera vicenda, si può in sintesi dire che la Corte ha annullato i nuovi dazi imposti nel 2025 perché non potevano essere decisi senza l’ok del Congresso. Mentre sono rimasti in piedi quelli preesistenti su acciaio, alluminio, automobili, semiconduttori e altri prodotti specifici, oltre che le misure anti-Fentanyl. Il presidente Usa, poche ore dopo la sentenza, ha reagito imponendo nuove tariffe, del 10%, su tutte le importazioni, utilizzando però uno strumento che permette un’applicazione temporanea (per 150 giorni). Nel frattempo si è aperta la partita dei rimborsi, dei ricorsi e dei nuovi negoziati. Dopodiché bisognerebbe capire, a oggi, chi sono i vincitori e chi i vinti di questa guerra commerciale.
Un’autorevole risposta l’ha fornita il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta. Che ci ha svelato tre realtà, per nulla scontate. La prima: i dazi non hanno ridotto il commercio mondiale, bensì lo hanno riorganizzato. Nel 2025 gli scambi internazionali sono cresciuti del 4%, il doppio delle attese. I motivi sono tanti: dall’effettiva entità delle tariffe (inferiore a quella attesa), al contemporaneo boom dell’intelligenza artificiale, che ha creato una domanda nuova e potente, indipendente dalla logica dei dazi. E poi c’è stata una trasformazione geografica. Il crollo del 25% delle importazioni Usa dalla Cina, l’aumento di quelle da Messico, Vietnam e Taiwan. E poi il fenomeno della “triangolazione” degli scambi, che “trucca” le bilance commerciali bilaterali. La seconda realtà è la crescita del Pil mondiale del 3,3%, mezzo punto in più delle previsioni fatte prima dell’introduzione dei dazi. Un esito paradossale che però si spiega con il nuovo ciclo tecnologico dell'intelligenza artificiale, esploso in parallelo con il fenomeno dei dazi, che ha agito da potente ammortizzatore, generando una domanda che ha più che compensato le frizioni commerciali. La terza e più interessante realtà è il bilancio del “dare avere”. Ebbene, l'onere dei dazi è ricaduto principalmente sull'economia americana. Gli esportatori stranieri ne hanno sostenuto solo il 10%, mentre il restante 90% si è scaricato prima sulle imprese americane, attraverso una compressione dei margini di profitto; successivamente, circa la metà del costo totale è stata trasferita ai consumatori finali statunitensi. L’alto livello dell’inflazione Usa - che resta vicina al 3%, contro quella europea che sta intorno al 2% - è tra gli esiti attuali della guerra commerciale in corso.
Al di là delle dispute politiche, dal punto di vista liberale i dazi si stanno rivelando dannosi come qualunque nuova tassa, e fragili strumenti di politica commerciale, i cui effetti reali vengono alla fine decisi dal mercato.

