La campagna elettorale dev'essere in lingua italiana: questo è il contenuto dell'ordine del giorno a firma di Gianmarco Medusei, consigliere di FdI in Regione Liguria, che impegna la giunta di Marco Bucci a farsi promotrice in sede di conferenza Stato-Regioni di una legge nazionale dello stesso tenore.
La proposta parte dalla Liguria perché, come viene spiegato anche nel documento, la regione presenta caratteristiche sociali simili a quelle venete, specialmente nell'area dello spezzino dove insistono numerosi cantieri nautici e dove la presenza della comunità bengalese e musulmana è nutrita. La vicepresidente della Regione Simona Ferro l'ha definita una proposta "fondamentale per la trasparenza, per tutelare la nostra identità culturale e assicurare che il messaggio politico sia comprensibile per la cittadinanza", mentre le opposizioni di sinistra, con il consigliere Enrico Ioculano del Pd, sostengono non sia seria perché "mischia questioni che non c'entrano nulla, è evidente che ce l'avete con la comunità islamica". E non stupisce certo che la sinistra continui ad argomentare con un presunto odio nei confronti degli islamici, perché abbiamo visto i loro sindaci in prima fila alla Festa de Sacrificio, alcuni anche muniti di fascia tricolore. Così come non possiamo ignorare il caso Venezia in cui il Pd ha candidato 7 esponenti della comunità bengalese che hanno condotto la campagna elettorale interamente in lingua straniera e rivolgendosi esclusivamente alla propria comunità, tra volantini in nome di Allah e progetti che riguardavano nuove moschee e cimiteri islamici. I motivi per cui questa regolamentazione sarebbe necessaria a livello nazionale tocca diversi punti che dovrebbero portare in primis l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche italiane, a siglare la famosa intesa con lo Stato italiano prevista dall'articolo 8 della Costituzione, che deve regolamentare ogni confessione diversa da quella cattolica. E ciò per garantire la libertà di culto e al contempo l'accettazione dei principi cardine della nostra democrazia.
In secondo luogo farebbe sì che il più ampio numero possibile di elettori si rechi alle urne conscio delle regole italiane e del programma presentato anche dagli altri candidati, cosa che a Venezia non è avvenuta, perché persino gli spot veicolati sui social, così come i post, erano in bengalese, rendendo incomprensibile alla maggior parte della popolazione italiana il contenuto dei discorsi. E, infine, garantirebbe quella trasparenza più che mai necessaria per prevenire dinamiche che possano compromettere sia la coesione sociale che il processo elettorale. Non dovrebbe essere ammissibile che vengano continuamente veicolati volantini elettorali con riferimenti religiosi e richieste legate all'apertura di nuovi luoghi di culto, la maggior parte dei quali è attenzionata anche per quanto riguarda la crescente radicalizzazione.
Non va poi dimenticato il tema dell'islam politico, il grande progetto della Fratellanza Musulmana, che punta a insediarsi lentamente in Occidente, conquistando in prima battuta proprio le poltrone da consigliere comunale o regionale, per poi proseguire in un crescendo che non necessiterà più dell'appoggio di quegli esponenti che oggi hanno invece prestato il fianco. Vogliono ridurre la separazione tra religione e politica tipica degli Stati laici occidentali, promuovere un'identità islamica collettiva nella vita pubblica, nell'istruzione, nei media e nelle istituzioni e contrastare l'influenza culturale e politica occidentale ritenuta responsabile della secolarizzazione delle società musulmane. E questo non possiamo permetterlo.
FraGa
GiuSor

