da Roma
Il day after del fragoroso passo falso della maggioranza sulle preferenze scorre tranquillo, con una lunga sequela di voti segreti che passano l'esame della Camera uno dopo l'altro e senza colpo ferire. Al punto che a metà pomeriggio il ministro Francesco Lollobrigida, uno dei custodi dei numeri dell'Aula per conto di Giorgia Meloni, decide di lasciare Montecitorio: il voto regge.
È una quiete niente affatto indicativa, perché lo scivolone di martedì brucia ancora e nella maggioranza si rincorrono i veleni del giorno dopo sui 31 franchi tiratori che hanno mandato sotto il centrodestra. Il responsabile organizzazione di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli, ripete in Transatlantico che non è in corso alcuna caccia ai "traditori" e che quanto accaduto non avrà ripercussioni sul governo, ma sa benissimo che il clima è tutt'altro che sereno. A Palazzo Chigi, infatti, gli occhi sono puntati sul voto finale in programma alla Camera questa mattina alle 11.30, quando la maggioranza - ancora una volta a scrutinio segreto - dovrà dire "sì" o "no" alla riforma della legge elettorale. Un passaggio decisivo, perché l'incidente sulle preferenze ha convinto la premier che nella maggioranza ci sia "qualcuno che non vuole Giorgia Meloni a capo del governo" e che "tifa affinché le prossime elezioni si chiudano con un pareggio".
Ecco, se oggi la riforma non dovesse passare, tutti gli scenari diventerebbero possibile. E lo showdown, ha fatto sapere la premier, sarebbe certamente il più probabile. Con buona pace dei quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato che servono ai parlamentari per maturare il diritto alla pensione. Perché, lo ha ripetuto più volte in privato in queste ore, "non ho intenzione di tirare a campare" né di "farmi logorare".
È seguendo questa logica che ieri Meloni ha dato mandato ai suoi di appoggiare qualunque emendamento fosse stato presentato a favore delle preferenze, a prescindere dai firmatari. Per ribadire che su questo punto Fdi resta coerente, con buona pace di Forza Italia e Lega che invece avevano dato il loro ok per poi sfilarsi nel segreto dell'urna. E a via della Scrofa gli occhi sono puntati soprattutto sui secondi, perché - fanno notare diversi big di Fdi - più di un leghista ha scelto di non votare pur essendo fisicamente in Aula oppure in Transatlantico. Non un dettaglio considerando che al maggioranza è andata sotto per un solo voto.
Chi sa se è anche per questo che quando i suoi fanno notare a Meloni che l'emendamento sulle preferenze è quello presentato dalla pattuglia dei cosiddetti vannacciani la premier non si scompone: "Lo so bene, ma ci potevano pensare prima". Insomma, poco importa che - come è poi accaduto - Fdi voti insieme a Futuro nazionale e contro Forza Italia e Lega, che - per ragioni diverse - sono i primi a osteggiare un possibile avvicinamento del partito dell'ex generale alla coalizione di centrodestra. Anzi, ragiona un big di via della Scrofa, se alla scelta di coerenza rispetto alla questione preferenze si aggiunge anche un sonoro schiaffone agli alleati ben venga.
Il clima, dunque, resta teso. Tanto che Fdi tiene sul tavolo la pistola di un'eventuale ripresentazione delle preferenze quando il testo arriverà al Senato (dovrebbe essere incardinato prima della pausa estiva, ma l'esame in Commissione non inizierà prima di settembre). "Vedremo", si limita a dire Donzelli. Che comunque non lo esclude.
Non è un dettaglio, perché a Palazzo Madama non c'è il voto segreto e Forza Italia e Lega si troverebbero di fatto costrette a votare "sì". E a quel punto la parte modificata del testo dovrebbe tornare alla Camera per la doppia conformità. Con il governo che potrebbe anche mettere la fiducia. Insomma, si tratterebbe di un vero e proprio redde rationem all'interno alla maggioranza. Uno scenario al momento altamente improbabile, ma non impossibile.

