di Tony Damascelli
L
a champions resta sotto la tour Eiffel, i rigori consegnano la coppa al Paris St. Germain, epilogo circense che nulla ha a che fare con il gioco, soluzione già verificata in passato in questo torneo che ha smarrito il fascino antico e si è allungato ai massimi, così logorando gli atleti e sfiduciando i tifosi. Ha rivinto il gruppo parigino qatariota in modo meno sfacciato rispetto all'ultimo trionfo, l'Arsenal ha retto in una sfida pari non soltanto nel risultato dei 120 minuti ma nella sostanza. I tiri finali dagli undici metri (l'ultimo quello fallito da Gabriel) sono stati l'unico divertimento di una piccola notte di calcio. Due ore di attesa, senza tensione, senza brividi, la sensazione di calciatori impauriti non dalla forza o prevalenza degli avversari ma dalla consapevolezza dei propri limiti fisici. Due squadre sfinite, una finale grigiastra, a Budapest il calcio europeo ha chiuso la sua stagione con una partita senza corpo, condizionata dallo stato di salute e di forma dei campioni della Premier League e dai vincitori eterni della Ligue 1, le teorie e i disegni tattici di Luis Enrique e Arteta sono diventati schizzi, scarabocchi, rarissime le linee pulite di football, molti, troppi errori tecnici, numerosi gli infortuni e i cedimenti muscolari, Dembélé, Kvara, Vitinha, il totale si é dunque rivelato in un due ore faticose e anche noiose, nessun colpo di genio, nessuna giocata imprevedibile, il Pallone d'oro Dembélé si è appalesato soltanto sul calcio di rigore del pareggio, il tedesco Harvetz ha portato in vantaggio i londinesi grazie ad un rimpallo, lenti i parigini, sfiancati i londinesi, poche idee anche con gli innesti dalle panchine, una fotografia senza luce a segnalare che troppo calcio può portare a questa conseguenze così da far riflettere su quello che potrà offrire il mondiale a 48 squadre, a conclusione di una stagione folle per il calendario voluto da Fifa e Uefa contro ogni logica per la sanità dei calciatori e poi per lo spettacolo. Chi aveva ancora negli occhi la finale dello scorso anno tra Psg e Inter, con un risultato mortificante per numero di gol e prestazione dei nerazzurri, è rimasto intorpidito nell'esibizione di Budapest e i fischi del pubblico sono stati come una medaglia di legno per entrambe le squadre. Ora è il tempo del mondiale di Infantino stranamente rimasto lontano dal teatro ungherese, affollato di vecchie glorie del football. Verrà la sua ora, non aspetta altro per mostrarsi a fianco di Donald Trump al momento della consegna del trofeo. Il mondo li guarda.

